Un'immagine che si legge dalla sensazione più che dai passi: liberazione, occhi addosso, e qualcosa che finalmente si muove dopo essere rimasto fermo.
Al risveglio quasi nessuno ricorda i passi. Restano in mente altre tre cose: se c'era qualcuno a guardare, se il corpo sapeva che fare, e chi altro stava sulla pista. La tradizione infatti prende il ballo dalla parte della sensazione e non della tecnica, e ne fa una liberazione, qualcosa che era rimasto fermo dentro una persona e finalmente si muove. I repertori più vecchi lo accostano alla festa, al corteggiamento e alla buona compagnia.
Una causa ordinaria di solito è a portata di mano: un invito a un matrimonio, una serata lunga di musica, un corso che rimandi da mesi, oppure settimane in cui il corpo non si è mosso quasi per niente. L'irrequietezza fisica entra nel sonno sotto forma di movimento, e il ballo è il movimento più socievole che esista. Chi balla davvero sogna di ballare come i musicisti sognano le scale, e per quelle persone la scena pesa molto meno di quanto un dizionario lascerebbe credere.
Chi ha studiato danza e chi non ha mai ballato senza aver bevuto prima non stanno facendo lo stesso sogno, anche quando le immagini coincidono. Chiediti che cosa ti costa ballare e che cosa ti dà nella vita da sveglio, poi rileggi la notte su quella base. La tradizione mette il ballo dalla parte della gioia, ma qui la gioia non è affatto universale: per certe persone una pista è la stanza più spaventosa dell'edificio, e un sogno ambientato lì somiglia molto più a un esame che a una festa.


